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Zèus  (Giove): è l'Ottimo e Massimo degli Dei.(...)  Chiamato
Padre degli Dei, in quanto, sebbene ultimo nato dei figli  di
Crono,  ha  l'autorità  suprema e regia  su  tutti  gli  Dei;
autorità  che  però  non è senza limiti, tanto  nei  riguardi
degli  Dei  come in quelli degli uomini, giacché superiore  a
lui  come a tutti e a tutto è la Mòira (il Fato, il Destino),
dei  cui decreti inesorabili e immutabili egli non è  se  non
l'annunziatore e l'esecutore.
I  re della Terra son detti "nutriti da Zèus", che ad essi ha
dato la potenza e l'autorità, e che sorveglia l'opera loro  e
la regge. 

Secondo ESIODO,
quello, dei re da Zèus nutriti, a cui
rendono onore e a cui versan le Muse
- figlie di Zèus possente - una rugiada
dolce sopra la lingua, onde soavi
più del miele gli sgorgan le parole,
quello guardan le genti, allor che savie
leggi a lor con giustizia egli comparte.

Da  Zèus  son  fatti dipendere tutti i fenomeni  atmosferici,
ond'egli  è  detto adunator dei nembi, signore  del  fulmine,
datore della pioggia. Egli riunisce e riassume in sé tutte le
qualità, le facoltà, i poteri di cui son dotate le molteplici
Dvinità minori; è il supremo dispensatore dei beni e dei mali
nel  mondo.  Lo dice Achille a Priamo venuto a riscattare  il
cadavere di Ettore (Iliade, XXIV):



Due dogli su la soglia del Cronìde
stanno, coi doni ch'egli a noi largisce:
l'uno  dei mali, e l'altro è quel dei beni.
Quando ad un  uomo il fulminante Giove
doni largisce che da entrambi i dogli
prese, tra lor mescendoli, a costui
or accade un malanno or tocca un bene;
ma quando per alcuno ei prende e dona
sol dal doglio dei mali, egli d'ogni onta
 segno lo fa: per la feconda  Terra
quello  è incalzato da una  divorante
  ràbida fame, e va ramingo errando,
dai Numi e dai mortali inonorato.

E lo dice Nausica a Ulisse naufrago (Odissea, VI):

Pure egli solo agli uomini comparte
Giove Olimpio la gioia, ai tristi e ai buoni,
ed a ciascuno come più gli aggrada;
a te dà questi mali ed è pur forza
che tu li soffra.

E'  testimonio dei giuramenti, e in tale qualità ha  nome  di
Zèus Orchios; è patrono del dovere dell'ospitalità,
(ché tutti 
vengon da Giove gli ospiti e i mendìchi),
come  è detto da Nausìca alle sue ancelle nel VI ell'Odissea,
e  come  tale è denominato Zeus Xenios; è anche  il  Dio  per
eccellenza veggente, e quindi èla vera e propria fonte  della
divinazione o rivelazione del futuro; e questa egli  esercita
o  direttamente, per mezzo dei propri oracoli (celebri quelli
di   Dodòna   nell'Epiro   e  di  Olimpia   nel   Peloponneso
occidentale),  o  per mezzo di Apollo. Della propria  sovrana
potenza  in  confronto con gli altri Dei egli fa l'orgogliosa
asserzione nel canto VIII dell'Iliade, ove tutti li sfida:



Una catena d'oro
sospendete dal cielo e tutti ad essa
attaccatevi insieme, e Dei e Dee;
pur non varreste a trarre giù dal cielo
sopra la terra il sommo duce Giove,
anche se molto e a lungo vi sforzaste!
Se invece anch'io, quando ne avessi voglia,
tirar volessi, io con la Terra tutta
su su vi tirerei, con tutto il mare,
e intorno ad una vetta dell'Olimpo
legherei la catena; e tutto, allora,
così sospeso resterebbe. Io tanto
sovrasto ai Numi, agli uomini sovrasto !

E  celebre  è la rappresentazione della potenza di  Zèus  che
OMERO  fa  nel  canto  I dell'lliade, quando  Tètide  gli  ha
chiesto  di dar sodisfazione al suo figlio Achille offeso  da
Agamennone:

E perché tu confidi, ecco, del capo
ti accennerò, ché fra gli eterni Dei
è sempre questo il massimo mio pegno.
Non è mai revocabile o fallace,
mai non rimane senza adempimento
quello ch'io col mio capo abbia sancìto.
Disse, e coi sopraccigli di viola
il Cronìde accennò: l'ambrosia chioma
giù fluttuò dall'immortal cervìce
e tutto fece sussultar l'Olimpo.



Se,  però,  queste e le altre infinite esaltazioni che  della
sovrana  potenza di Zèus fecero, anche dopo  Omero,  i  poeti
tragici e lirici greci (e dopo essi i romani, fra i quali  lo
scettico  Orazio  lo  diceva cuncta supercilio  movens,  cioè
"colui  che col sopracciglio muove l'universo"), si  potevano
attribuire in parte a spirito reiigioso di essi poeti,  e  in
parte  anche maggiore al desiderio di instillare tale spirito
nel   popolo,  un  assai  curioso,  e  certamente  eccessivo,
antropomorfismo ridusse troppo spesso Zèus  (e  con  lui  gli
altri  Dei) a proporzioni ridicolmente umane. Già nell'Iliade
i  suoi  bisticci  con  la moglie Era  immiseriscono  la  sua
asserita divinità; ma soprattutto lo umanizzano troppo i suoi
innumerevoli congiungimenti con Dee, con Ninfe, e perfino con
donne mortali, e la conseguente sua innumerevole figliolanza.
E'  bensì  vero  che  assai  probabilmente  tali  scorribande
amorose  del  Dio  supremo  vollero  significare  la  feconda
congiunzione  delle  grandi  forze  naturali:  Cielo,  Terra,
Oceano,  ecc.;  ed  anche è vero che le stirpi  elleniche  si
compiacquero  nell'attribuire agli Dei, e  particolarmente  a
Zèus, l'origine delle loro famiglie di re e di eroi. Tuttavia
è  certo  che  tali  primitive imaginazioni condussero  molti
poeti  a  creare  un'aura tra romanzesca e irridente  intorno
agli  amori  di Zèus; amori ch'egli stesso nell'Iliade  (XIV)
ricorda cinicamente alla moglie Era:

Ché non mai tanto l'animo mi vinse
e non mai tanto il cuor mi empì l'amore
di una donna mortale o di una Dea:
non  quando amor mi vinse della sposa
d'Issìone, onde  nacque Piritòo
per senno ai Numi simile; non quando
di Danae, d'Acrisio la figliuola
dal pié leggiadro, da cui Pèrseo nacque
che fu di tutti gli uomini il più chiaro;
non quando della figlia di Fenice
tanto famosa, che alla luce diede
Minosse e il deiforme Radamanto;
non quando, in Tebe, di Semèle e Alcmèna
(e il magnanimo figlio Eracle questa
mi partorì, Diòniso letizia
del mondo quella generò); non quando
della regina dalle belle chiome
Demètra, o di Latona gloriosa.



Comunque,  ecco  l'elenco  dei  più  notevoli  congiungimenti
illegittimi di Zèus:
con Meti (il Senno), una Oceanina ch'egli poi ingoiò, secondo
che  narra ESIODO, temendo che da lei nascesse un figlio  più
forte  di  lui;  e  dal cervello di lui  stesso  uscì  fuori,
armata, l'occhichiara Atena; con remi, una titanide,  da  cui
nacquero le Ore e le Parche;
con  l'Oceanina  Eurinome, da cui  nacquero  le  Càriti;  con
Demetra, che gli diede Persefone;
con Mnemòsine, che divenne madre delle Muse;
con Latona, da cui nacquero Apollo e Artemide;
con Maia, figlia di Atlante, da cui nacque Ermes; con Semèle,
una mortale figlia del re Cadmo, che gli generò Diòniso;
con  Alcmena, moglie di Anfitrione, da cui nacque Eracle; con
Leda,  moglie  del re di Laconia Tindarèo,  da  cui  nacquero
Elena e (forse) Càstore e Pollùce);
con  Dànae, figlia del re Acrìsio, che generò Pèrseo; con Io,
figlia del re Inaco, da cui nacque Epafo;
con  Europa,  sorella  di Cadmo, da cui  nacquero  Minosse  e
Sarpèdone;
con  Callisto,  Ninfa  del coro di Artemide,  da  cui  nacque
Arcade.

In  tutto il mondo greco fu naturalmente diffuso il culto  di
Zeus;  ma,  oltre  che  a Dodona ov'era  un  suo  frequentato
oracolo  in  un bosco di antichissime quercie, egli  ebbe  le
massime onoranze a Olimpia, nell'Elide, ove gli si dedicarono
i famosi giuochi olimpici, ogni quattro anni.

Eguale   carattere  ed  eguali  attribuzioni  ebbe  l'italico
Iuppiter, che ben presto si identificò con lo Zeus  greco.  "
La  parola  Zeus, ossia Dièus (genitivo Diòs),  si  connette,
nota  il  RAMORINO, con l'indiano Diàus che vuol dire  cielo,
giorno;  e dalla stessa radice deriva pure il latino  Iov  di
Iov-is,  nominativo Iovpater, Iup-piter; indiano Diaus-pitar,
cioè  padre  del giorno". Optimus Maximus era detto;  e  come
patrono   della  fede  era  chiamato  Fidius,  Herceus   come
vigilatore  dei  giuramenti, Hospitalis  come  patrono  degli
ospiti,  Penetralis come protettore della  famiglia  e  della
casa, Pluvius come datore delle piogge.

Come  presso  i  Greci, l'animale a lui sacro  era  l'aquila,
detta  anche  armiger Iovis e Iovis ales; sua pianta  era  la
quercia.



Il suo maggior tempio, onde anche il nome a lui dato di Giove
Capitolino, era sul Campidoglio.

Si  rappresentava con abbondante chioma ricciuta, gran  barba
fluente,  torso possente; ed erano suoi attributi il fulmine,
l'aquila, e spesso una Niche, simbolo della vittoria.  Famosa
fu  nell'antichità la statua di Zèus foggiata da Fidia per il
tempio  di  Olimpia, statua ora perduta ma di cui lasciò  una
vivace  descrizione lo storico e archeologo greco del  II-III
sec. d. C. Pausania. Notevole è anche il busto marmoreo detto
"Giove  di  Otrìcoli". E' una mirabile statua  bronzea,  Zeus
saettante, è nel Museo di Atene: opera del V sec. a. C.  che,
già  affondata con la nave che la trasportava,  fu  ripescata
nel  1929 con frammenti di un cocchio e una testa di cavallo,
onde si può pensare che il Dio fosse sopra una biga.

Guido Vitali, "Cantano i miti - Poesia e leggenda nell'antica mitologia", Paravia, 1968
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