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Atena

Atena Pàllade (Minerva): figlia di Zèus, dal
cui cervello balzò fuori tutta armata.

Dal suo cervello l'occhichiara Atena
poi generò, che indòmita e tremenda
schiere conduce, suscita tumulti,
e le grida e le zuffe e ama e le guerre.(ESIODO).

Era dunque divinità guerriera, ma diversa da Ares, giacché
 non la guerra feroce e selvaggia ella rappresentava, bensì
l'intelligenza, che regge le guerre giuste e protegge
i giusti eroi. Tale la descriveOMERO, che le attribuisce
un particolare affetto per alcuni, quali Tìdeo, il suo
figlio Diomede, Ulisse (eroe, questo, del coraggio e insieme
dell'intelligenza).
Come Dea guerriera si rappresentava con elmo
e asta e scudo, ma anche con l'ègida, scudo
particolare, foggiato con la pelle della
capra amaltèa (vd.) e recante nel mezzo la testa
 di Medusa (vd.) che impietrava chi la guardava. 
(L'ègida è attribuita anche aZèus, a cui OMERO 
per ciò dà spesso l'epiteto di egìaco).
Ma anche di molte arti e industrie pacifiche era
ella inventrice: del flauto, dei lavori
femminili (tessitura, ricamo), dell'aratro e
di ogni altra attività costruttrice. E fu
detta anche inventrice dell'ulivo (che da lei
fu poi detto bacca o àrbore pallàdia).
 Si narrava infatti che ella fosse entrata in
gara con Posìdone per la signorla su
l'Attica, la quale per deliberazione di Zèus
doveva toccare a chi facesse
alla regione il dono più utile. Posìdone creò
e donò il cavallo, Atena diede l'ulivo,
e fu dichiarata vincitrice.
E dell'Attica, e particolarmente di Atene, ella fu
la Divinità vera e propria, la protettrice,
la signora. Aveva templi innumerevoli; due,
solenni, su l'acròpoli di Atene: l'Erettèo e
il Partenone. Quest'ultimo, così denominato
da partenos, vergine (ché tale, come
Artèmide, era Pallade Atena, onde il suo epìteto
di Partènia), era grandioso, e se ne ammirano
ancora le imponenti rovine. In fondo alla
cella di esso era collocata la statua della
Dea, opera di Fidia. Grandiose erano pure
le feste Panatenèe in onor della Dea; si
celebravano ogni quattro anni da tutte le
genti dell' Attica, ma richiamavano anche
folle dai più lontani paesi. Duravano
parecchi giorni, e comprenevano gare di musica e di
canto, di lotte e di corse; premio per esse
era un' anfora piena d'olio tratto
dagli ulivi sacri della Dea, l' anfora
panatenàica. E la cerimonia più importante della festa
era la processione che recava il dono del sacro peplo
tessuto da vergini ateniesi e offerto alla
Dea: stupendo corteo di tutta la
cittadinanza, di delegati delle colonie, di ambascerie
straniere, che fu poi da Fidia rappresentato nel famoso 
fregio marmoreo del Partenone 
(ora nel museo Britannico di Londra).

Anche Roma ebbe una divinità in qualche modo
corrispondente; d'origine etrusca, l'italica
Minerva (o Men-er-va) era Dea
dell'intelligenza (mens). Come
le altre, ella fu ben presto identificata con la greca
Atena, e, come delle arti e delle scienze e
delle opere femminili, divenne anche Dea
guerriera. E  come tale, ebbe un tempio per opera di 
Pompeo dopo ie sue vittoriose imprese di Oriente, e
un altro da Augusto dopo la vittoria di Azio.
Si celebravano in suo onore due feste: le
Quinquàtrie maggiori nel quinto giorno dopo le
Idi di marzo, e le minori alla stessa data
del giugno. Vi partecipavano
tutti i cultori delle arti liberali; ma vi si
celebravano anche ludi gladiatorii, giacché,
come scriveva OVIDIO, << la Dea guerriera si compiace 
delle spade snudate>> . E appunto Ovidio, nel Lib. III dei
Fasti (8I5-33), ricordava e descriveva le Feste del marzo.

Or invocate Pallade, o fanciulli
e fanciullette tènere; chiunque
l'abbia propizia diverrà sapiente.
Col suo favore apprenda ogni fanciulla
ad affinar le lane e a giù dedurle
dai ricolmi pennecchi. Ella anche insegna a
percorrer le tele con la spola
e a raddensar col pettine le trame... 
Ed anche voi, che con l'arti di Apollo 
guarite i morbi, parte a lei rendete 
dei doni che vi furono largiti.
Ed anche voi, turba di censo priva, 
anche voi onoratela, maestri,
ché discepoli nuovi ella vi adduce:
te, che il bulino adoperi, o colori 
stemperi su le tavole, o con dotta
mano morbidi rendi i duri marmi:
di mille e mille arti ella è la Dea.

Era rappresentata con lancia, scudo ed elmo,
e con ampii paludamenti. Le sue statue in legno
erano dette pallàdii, ed eran venerati come
simboli della sicurezza delle città e degli Stati.
"Pegno della salvezza nostra e di quella dello Stato" (Ramorino).
Le erano sacri il gallo e il serpente,
ma particolarmente la civetta.


Guido Vitali, "Cantano i miti - Poesia e leggenda nell'antica mitologia", Paravia, 1968
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